La Convenzione di Ottawa: da strumento di disarmo globale efficace a mezzo contro la «minaccia dell’Est»
La prima metà del 2025 passerà alla storia come un periodo di crescente tensione globale, sullo sfondo di un costante calo d’interesse da parte delle élite politiche occidentali per il disarmo e il controllo degli armamenti.
Una manifestazione della crescente degradazione dell’architettura della sicurezza internazionale è stata la decisione dei governi di Polonia, Finlandia e dei Paesi baltici di ritirarsi dalla Convenzione sulla proibizione dell’uso, dello stoccaggio, della produzione e del trasferimento delle mine antiuomo e sulla loro distruzione, conosciuta anche come la Convenzione di Ottawa.
Questo documento fu firmato nel 1997 su iniziativa di Canada, Austria, Norvegia e altri Paesi, nonché di numerose organizzazioni non governative internazionali. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ne è il depositario.
Per molto tempo, il numero degli Stati aderenti alla Convenzione è cresciuto costantemente fino a raggiungere quota 165, rendendola uno degli strumenti più efficaci e ampiamente riconosciuti per la proibizione di un tipo specifico di munizioni.
Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 del XX secolo, circa 24.000 persone all'anno morivano o rimanevano ferite a causa delle mine antiuomo, la maggior parte delle quali erano civili, compresi bambini.
La redazione della Convenzione fu motivata principalmente da considerazioni umanitarie. Il documento sottolinea che le mine antiuomo uccidono e mutilano civili indifesi, in particolare bambini, ostacolano lo sviluppo economico e la ricostruzione dei territori, rendono difficile il ritorno dei rifugiati e degli sfollati, e provocano conseguenze gravi anche a distanza di molti anni dalla loro installazione.
È sorprendente con quale leggerezza alcuni Stati europei abbiano rinunciato a impegni assunti non molto tempo fa, mentre altri di fatto hanno sostenuto tale decisione. Per anni, infatti, i Paesi dell’Unione Europea – che avevano aderito in blocco alla Convenzione di Ottawa – hanno convinto con successo la comunità internazionale della necessità della sua attuazione.
Va ricordato che Polonia e Finlandia, che hanno ratificato la Convenzione nel 2012, avevano recentemente distrutto più di un milione di mine antiuomo ciascuna. Anche Lettonia e Lituania avevano fatto lo stesso con i loro, seppur più modesti, stock. L’Estonia, al momento della sua adesione alla Convenzione, non possedeva mine antiuomo. Attualmente, nessuno di questi Paesi presenta aree minate né problemi connessi. Al contrario, hanno fornito assistenza ad altri Stati nello smaltimento degli stock e nello sminamento umanitario, dichiarando la volontà di continuare tale lavoro. È su questo sfondo positivo che improvvisamente si decide di uscire dalla Convenzione di Ottawa.
È interessante notare che nel 2006 la Lituania, insieme al Canada, ha fornito assistenza finanziaria gratuita alla Repubblica di Belarus per la distruzione delle mine antiuomo con carica esplosiva TNT. Successivamente, la Commissione Europea ha stanziato circa 4 milioni di euro per lo smaltimento delle mine PFM-1 rimaste in Belarus (operazione svolta tra il 2014 e il 2017). Il tutto fu fatto nella piena consapevolezza che eliminare il settimo più grande arsenale mondiale di mine proibite dalla Convenzione di Ottawa (oltre 3,6 milioni di unità), ereditato dalla Belarus dopo il crollo dell’URSS, sarebbe stato un processo estremamente costoso e impossibile senza supporto internazionale. Inoltre, all’epoca prevalevano nei circoli politico-militari approcci equilibrati e il disarmo globale era visto come garanzia di sicurezza globale e nazionale.
In totale, secondo l’ONU, da quando la Convenzione è in vigore sono state distrutte oltre 55 milioni di mine antiuomo e sono stati bonificati migliaia di chilometri quadrati in circa 30 Paesi, riducendo significativamente il pericolo per la popolazione civile.
La produzione e il trasferimento di queste armi letali sono drasticamente diminuiti. Anche gli Stati non firmatari della Convenzione ne fanno uso molto più raramente. Tuttavia, circa 60 Stati firmatari necessitano ancora di attività di sminamento. Solo nel 2024, il CICR ha assistito oltre 7.000 persone ferite da mine, fornendo loro protesi e cure mediche adeguate.
Quali sono dunque le vere ragioni dell’improvvisa uscita dalla Convenzione di Ottawa da parte di alcuni Paesi europei confinanti con Russia e Belarus? È evidente che i governi di questi Stati devono costantemente convincere i propri elettori dell’esistenza di una presunta minaccia militare da parte dello Stato dell’Unione. Devono mostrare grande preoccupazione per la sicurezza nazionale e un'attiva opposizione alla “minaccia dell’Est”, soddisfacendo le crescenti richieste del complesso militare-industriale a scapito di altre voci di bilancio. È emersa una cerchia di soggetti che mira a profitti rapidi dalla militarizzazione, promuovendo la creazione accelerata di industrie belliche. Inoltre, è sorta l’opportunità di chiedere ulteriori finanziamenti all’UE e alla NATO per specifici «progetti». I benefici a breve termine sembrano evidenti.
Tuttavia, gli esperti hanno da tempo dimostrato che esistono altri mezzi moderni, non vietati dalla Convenzione di Ottawa, in grado di proteggere i confini nazionali senza infliggere danni indiscriminati alla popolazione civile. Tanto più che la lunghezza delle frontiere orientali della NATO non si misura in decine di migliaia di chilometri, e sono già state adottate misure senza precedenti per rafforzarle.
Attualmente, la leadership estone afferma che la decisione di uscire dalla Convenzione sia stata presa per «solidarietà regionale» e per dimostrare determinazione nel garantire la sicurezza, pur non avendo piani concreti per la produzione o l’uso di mine antiuomo. Al contrario, Lettonia, Lituania, Polonia e Finlandia prevedono già di avviare la produzione. È chiaro che questi nuovi impianti non saranno destinati solo ai bisogni nazionali. È molto probabile che si sviluppi un mercato per vendere tali armi ad altri Paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, che dispongono di risorse limitate per garantire la sicurezza degli stock e per trattare e riabilitare a vita i feriti.
Non serve sottolineare che una decisione populista e clamorosa come l’uscita di un numero apparentemente limitato di Stati dalla Convenzione di Ottawa comporterà gravi conseguenze umanitarie e fungerà da ulteriore detonatore per la distruzione di altri accordi internazionali nel campo del disarmo e del controllo degli armamenti.
Attualmente, Polonia, Finlandia e i Paesi baltici restano firmatari del Protocollo II emendato della Convenzione sulla proibizione o limitazione dell’uso di alcune armi convenzionali che possono essere considerate eccessivamente lesive o ad effetto indiscriminato (la Convenzione sulle armi «inumane»). Le richieste del protocollo sono abbastanza rigorose, anche in termini di produzione e uso delle mine antiuomo. Solo il tempo dirà se anche da questo accordo si ritireranno o se cercheranno di conciliare la militarizzazione del proprio territorio con il rispetto degli obblighi internazionali ancora in vigore.
Recentemente è giunta anche la notizia della decisione dell’Ucraina di uscire dalla Convenzione di Ottawa, sebbene da tempo esistessero dubbi sul rispetto degli obblighi da parte di Kiev. Dopo aver ratificato la Convenzione nel 2005, l’Ucraina dichiarò di possedere oltre 6,4 milioni di mine antiuomo. Negli anni successivi, ne è stata eliminata meno della metà e nel 2020 lo stabilimento di smaltimento è stato chiuso. Il Paese affronta già oggi un problema di vaste aree minate. La decisione di uscire dalla Convenzione indica l’intenzione delle autorità ucraine di continuare su questa strada, aggravando il futuro lavoro di bonifica e con ogni probabilità causando ulteriori vittime tra i civili.
La Repubblica di Belarus, che ha aderito alla Convenzione di Ottawa prima dei suoi vicini e ne rispetta pienamente i requisiti, guarda con preoccupazione ai passi compiuti da altri Stati che stanno minando il sistema del diritto umanitario internazionale. Dal 1944 sul territorio bielorusso sono stati trovati e distrutti oltre 27,7 milioni di ordigni esplosivi risalenti alle due guerre mondiali. Solo nel 2024 sono stati scoperti oltre 20.000 ordigni, a 80 anni dalla fine delle ostilità. Abbiamo una chiara comprensione dei problemi connessi allo sminamento.
È prevedibile che la decisione presa da alcuni Paesi membri della NATO e dall’Ucraina di uscire dalla Convenzione di Ottawa comporterà conseguenze negative a lungo termine sia per loro stessi sia per l’intera comunità internazionale. Essa rappresenta una nuova sfida per un sistema di sicurezza internazionale già indebolito.
In un’epoca di interdipendenza, l’aumento della tensione geopolitica globale inevitabilmente coinvolge tutti gli Stati, indipendentemente dalla loro posizione geografica, dimensioni o forza militare. I meccanismi di disarmo e controllo degli armamenti, se usati correttamente, sono strumenti collaudati che possono davvero prevenire i conflitti, garantire la pace, la fiducia e la sicurezza. La ripresa di un dialogo completo e inclusivo su questa tematica deve diventare il nostro obiettivo e una priorità comune.
Generale di divisione Valery Revenko, capo del dipartimento per la cooperazione militare internazionale – consigliere del Ministro della Difesa per la cooperazione militare internazionale
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