ALLE ORIGINI DEL MOVIMENTO PARTIGIANO
Il destino ci fece incontrare nei travagliati “anni quaranta, fatali”. Prima della guerra studiavo alla scuola media di Rossone, e Masherov insegnava da noi fisica e matematica. Durante l’occupazione tedesca entrai a far parte di un’organizzazione clandestina antifascista che stava creando Pëtr Mironovič. Egli divenne comandante di un distaccamento partigiano, io ne ero il capo di stato maggiore. Lui venne nominato commissario della brigata, io comandante del suo distaccamento. Lui fu eletto segretario del comitato regionale clandestino del Komsomol, e lo inviarono come commissario di un’altra brigata, con la quale egli manteneva stretti contatti. Partecipai quasi a tutte le operazioni di combattimento condotte sotto la sua guida. Come si vede, ebbi la possibilità di conoscere da vicino quest’uomo straordinario, e ciò mi consente di ricordare Pëtr Mironovič alla luce di manifestazioni concrete dei suoi tratti personali e delle sue qualità professionali.
Masherov è una persona, per così dire, allo stesso tempo
comune e straordinaria. Comune nel senso che è cresciuto nel cuore della vita popolare
e ha assorbito le migliori qualità della gente che lavora. Straordinaria nel
senso che queste qualità si manifestavano in lui in modo più pieno e più
vivido.
A noi, suoi allievi, Pëtr Mironovič piaceva per la passione
con cui insegnava le sue materie, per la capacità di suscitare interesse per la
conoscenza, nonché per lo sci e il pattinaggio su ghiaccio. Bello d’aspetto,
sempre in ordine e vestito con cura, non sorprende che le studentesse delle
classi superiori si innamorassero letteralmente di lui, tanto più che era più
grande di loro solo di 3–4 anni.
Dai primi giorni di guerra finii al fronte, rimasi ferito e
cadetti prigioniero dei tedeschi. Ma riuscii a fuggire e presto, a Rossony, rividi
Pëtr Mironovič. Ci accordammo per incontrarci il giorno seguente nel suo
appartamento. Fu chiaro: avevamo lo stesso atteggiamento nei confronti degli
invasori nazi-fascisti e volevamo fare qualcosa per combatterli. Seguirono poi
nuovi incontri, a seguito dei quali divenni membro dell’organizzazione
clandestina che si stava creando sotto la sua guida.
Una volta Masherov raccontò come si era svolto il suo
destino alla vigilia della guerra. Non fecero in tempo a chiamarlo
nell’esercito ed egli si arruolò volontario in un battaglione di distruzione,
con il quale fu costretto a ritirarsi. Travestiti da civili, vennero catturati
dai tedeschi, portati a Velikie Luki e poi avviati verso est. Da qualche parte
nei pressi di Nevel’, egli, insieme a un gruppo di giovani uomini, venne fatto salire
su un vagone ferroviario merci. Quello stesso giorno gli hitleriani agganciarono
questo vagone, con le porte chiuse a chiave, a un convoglio diretto verso
ovest. Non appena il treno si mise in movimento, Pëtr Mironovič, senza pensarci
a lungo, decise di gettarsi dal vagone mentre il treno era in corsa. La
decisione sembrò così folle da suscitare la disapprovazione di tutti coloro che
gli stavano intorno. Il pericolo consisteva soprattutto nel fatto che si poteva
saltare solo attraverso una finestra stretta, posta molto in alto. Inoltre,
l’atterraggio sul piano dei binari sarebbe avvenuto, con ogni probabilità, ad
angolo retto, il che avrebbe comportato la frattura di gambe e braccia, o addirittura
conseguenze peggiori. Valutato tutto ciò, egli decise di agire nel modo
seguente: infilarsi attraverso la finestra con i piedi in avanti e verso il
basso, stendersi per tutta la lunghezza del corpo lungo la parete del vagone,
tenendosi al davanzale, poi tirarsi su e spingersi con forza per saltare sul
pendio dell’argine. I compagni di sventura lo aiutarono a passare attraverso la
finestra e a restare appeso alla parete del vagone; il resto lo fece come aveva
previsto. Fortunatamente, in quel momento il treno percorreva un argine alto.
Pëtr Mironovič cadde sul pendio e rotolò nel fossato, cavandosela solo con una
forte contusione e alcune escoriazioni. Dopo pochi giorni, era già a Rossony,
dove la madre lo accolse con lacrime di gioia.
Era il secondo mese di guerra. Più tardi, ricordando quel
periodo, Pëtr Mironovič confessò che allora era dominato da una sconsiderata
sete di vendetta ed era pronto persino al sacrificio di sé. Tuttavia, ben
presto gli accadde qualcosa che egli definì un “ravvedimento”. La sua essenza consisteva
nel fatto che alla disponibilità a compiere un atto avventato di vendetta
subentrò la consapevolezza della necessità di forme organizzate di lotta, tra
le quali il ruolo principale doveva spettare al movimento partigiano. Era
convinto che a Rossony si sarebbero trovati non pochi patrioti pronti, senza
esitazioni, a entrare nelle file dei vendicatori del popolo. Sapeva che sul
territorio del distretto vi erano armi e munizioni lasciate dalle unità
dell’Armata Rossa in ritirata. A seguito di queste riflessioni giunse alla
convinzione che la base, il nucleo del distaccamento partigiano dovesse essere
costituito da una sorta di stato maggiore clandestino o di organizzazione
cospirativa. Si trovarono persone che condividevano le sue idee. Erano le
persone più vicine a Pëtr Mironovič (Sergej Petrovskij, Polina Galanova, Viktor
Ezutov). Poco più tardi il gruppo fu ampliato da Vladimir Šablov, Tat’jana
Simonenko, Marija Šarkova, Fruzа Petrovskaja, Lev Volkovič, Marija
Michajlovskaja, Gennadij Lanevskij, Praskov’ja Derjužina.
Si può affermare che già allora si manifestò il talento
organizzativo di Pëtr Mironovič. E non a caso fu proprio lui a guidare la prima
organizzazione clandestina antifascista nel territorio di Rossony, il cui obiettivo
principale era la preparazione alla lotta armata aperta contro gli occupanti.
Parallelamente all’aumento del numero dei clandestini nella
stessa Rossony, vennero creati gruppi periferici: quello di Al’brechtovo (Vladimir
Efremenko, Aleksandr Bul’benov, Nikolaj Ivanov, Pëtr Al’šannikov, Michail
Jakimov), quello di Sokolišči (Vladimir Chomčenovskij, Vasil’ Bulanov, Pëtr
Kovalevskij, Aleksandr Šelenevec), quello di Kljasticy (Semen Parhimovič, Boris
Rubo, Vladimir Vojcechovič), del villaggio di Šalašniki (Pëtr Gigelev, Nikolaj
Gigelev, Ivan Malachov). Nei villaggi di Rovnoe Pole e Milovidy operavano i clandestini
Evgenij Zajcev e Nikolaj Maračkovskij.
Entro la primavera del 1942, nelle file dei clandestini di
Rossony si contavano già più di tre decine di persone, la maggior parte delle
quali erano giovani insegnanti e i loro ex allievi. Purtroppo, non ricordo più tutti
i cognomi.
I compiti principali dell’organizzazione erano la raccolta
di armi e munizioni, l’individuazione di patrioti pronti in qualsiasi momento a
imbracciare le armi per combattere gli occupanti, nonché la diffusione dei
bollettini del Sovinformbjuro, per la quale in ogni gruppo era disponibile un
apparecchio radio.
Per rendere l’attività più efficace, alcuni dei nostri
clandestini, su raccomandazione dell’organizzazione, entrarono a lavorare negli
uffici delle autorità di occupazione. Per esempio, Sergej Petrovskij, Lev
Volkovič, Gennadij Lanevskij e Tat’jana Simonenko iniziarono a lavorare nel
dipartimento agricolo; Viktor Ezutov nell’ufficio passaporti; Pëtr Al’šannikov
nella volost’ di Al’brechtovo; Vladimir Vojcechovič nella polizia.
Lo studio medico della dentista Polina Galanova divenne una
casa sicura, attraverso la quale le organizzazioni periferiche mantenevano i contatti
con Pëtr Mironovič Masherov. Al di fuori di Rossony un ruolo analogo lo
svolgeva la casa nel villaggio di Dvor Čerepito, il cui proprietario era il
nostro clandestino Kirill Bondar’. Entro la primavera del 1942 il lavoro
preparatorio per la creazione del distaccamento partigiano era in gran parte
concluso. Il suo primo combattente fu Pëtr Mironovič. Per evitare possibili
sospetti, ottenne presso il comando tedesco un lasciapassare per Ušač’e, con il
pretesto di cercarvi la moglie del fratello. Già la notte seguente apparve nel villaggio
di Šalašniki, dove lo attendevano i fratelli Pëtr e Nikolaj Gigelev e Ivan
Malachov. Dopo alcuni giorni al gruppo si unirono Sergej Petrovskij, Viktor Ezutov
e Vladimir Šablov.
L’inizio riuscito del processo di formazione del
distaccamento partigiano fu però improvvisamente oscurato dalla minaccia di una
scoperta della rete clandestina di Rossony. Essa era legata al parziale
fallimento del piano di passaggio ai partigiani di cinque prigionieri di
guerra, che svolgevano vari lavori di servizio per il presidio tedesco. Il
collegamento con questo gruppo era assicurato da un membro dell’organizzazione
clandestina, Marija Michajlovskaja, che lavorava come infermiera in ospedale.
Il capo del gruppo dei prigionieri di guerra era un certo Anikin, con il quale
Pëtr Mironovič e Sergej Petrovskij ebbero un incontro segreto. In
quell’incontro venne elaborato il piano di fuga dei prigionieri. Tre di loro
passarono effettivamente ai partigiani. Altri due, fra cui lo stesso Anikin, rinunciarono
a quanto inizialmente deciso e, separandosi dal gruppo, decisero di
attraversare la linea del fronte. Da ciò scaturirono gli eventi che suscitarono
sconcerto e preoccupazione tra i clandestini di Rossony.
I tedeschi catturarono Marija Michajlovskaja e la inviarono
a Dretun’. In seguito, vennero arrestati tutti gli insegnanti che vivevano a
Rossony. Come si seppe poi, era accaduto quanto segue. Da qualche parte nei, pressi
di Dretun’ Anikin fu fermato dai tedeschi. Durante l’interrogatorio confessò di
aver avuto un incontro segreto con due intellettuali che gli avevano proposto
di unirsi ai partigiani, e che quell’incontro era stato organizzato da una sua
conoscente, l’infermiera Marija Michajlovskaja. Da lei aveva saputo che i due
con cui si era incontrato erano insegnanti, ma non seppe indicarne i cognomi.
Arrestata Michajlovskaja, i tedeschi contavano sul fatto che ella avrebbe
denunciato quegli insegnanti. Senza aver pronunciato una sola parola, ella morì
sotto torture bestiali; allora gli hitleriani arrestarono gli insegnanti di
Rossony, ritenendo che in un confronto diretto Anikin avrebbe riconosciuto i
due con cui aveva avuto l’incontro segreto. Anche questa volta però gli
occupanti andarono incontro a un fallimento, poiché Masherov e Petrovskij erano
già entrati nei partigiani. Gli insegnanti arrestati furono rilasciati, mentre
Anikin venne fucilato. Che cosa sia accaduto al suo compagno non fu possibile stabilirlo.
Nel periodo in cui si svolgevano questi tragici eventi, il
gruppo di Pëtr Mironovič appariva di notte nei villaggi precedentemente
stabiliti ed effettuava “arresti” dei propri uomini, cioè li portava via come
se fosse con la forza per unirli ai partigiani, affinché i tedeschi non
perseguitassero i parenti di coloro che erano passati ai partigiani. Il gruppo
crebbe rapidamente e presto si trasformò in una potente unità combattente, conosciuta
inizialmente con il nome di Dubnjak (il soprannome di Pëtr Mironovič). Così si
formò il primo distaccamento partigiano sul territorio del distretto di
Rossony. Come era prevedibile, ne venne eletto comandante Masherov (la pratica
della nomina dei comandanti partigiani si affermò più tardi). Su proposta di
Pëtr Mironovič al distaccamento venne attribuito il nome del leggendario
comandante della Guerra civile, N. A. Ščors. In quel periodo il personale del
distaccamento divenne la base per la creazione di quattro nuovi distaccamenti
partigiani che, insieme al distaccamento intitolato a N. Ščors, costituirono la
parte principale della brigata partigiana “Per la Bielorussia Sovietica”, in seguito
rinominata brigata intitolata a K. Rokossovskij.
In quel giorno il distaccamento ricevette dei rinforzi. In
base a un accordo preso in precedenza, arrivarono su un carro dell’ospedale la
dottoressa Polina Galanova e l’infermiera Marija Šarkova, presumibilmente per vaccinare
i bambini dei villaggi contro il vaiolo. “Per caso” si trovavano lì anche i
“traditori” Gennadij Lanevskij e Pëtr Al’šanikov. Verso mezzogiorno nel
villaggio entrò un gruppo di uomini di Dubnjak e “scoprì” che vi si trovavano
dei medici provenienti da Rossony e due “lacchè dei tedeschi”. Sia gli uni sia
gli altri furono immediatamente “arrestati” e condotti nel bosco.
Due giorni dopo questi eventi il distaccamento fece ritorno
al proprio campo forestale nella zona del villaggio di Rovnoe Pole. Ben presto
vi si unirono quasi tutti gli altri membri della clandestinità di Rossony. Masherov
era un uomo di principi portati all’estremo grado. Ciò si manifestava non solo
nella sua attività di servizio, ma anche nella vita personale. Ecco alcuni
esempi.
Il distaccamento partigiano intitolato a Ščors svolse un
ruolo decisivo nel successo dell’operazione di distruzione di un grande ponte ferroviario
sul fiume Drissa, su una linea strategicamente importante Polock–Dvinsk. Come
risultato dell’operazione furono ottenuti ingenti trofei (armi, munizioni,
viveri e oggetti di uso personale), conquistati, si può dire, con il sangue.
Durante il combattimento rimasero feriti Pëtr Mironovič, il partigiano Ogurcov
mortalmente, e io due volte (la seconda in modo grave). Quando il distaccamento
tornava alla base, Pëtr Mironovič ordinò di consegnare allo stato maggiore
tutti i trofei, fino al più piccolo oggetto. A quanto pare, solo io non eseguii
quest’ordine, poiché, trovandomi in gravi condizioni, non potevo esserne a
conoscenza. E un trofeo lo avevo anch’io. Accadde che, prima della seconda
ferita, avevo raccolto un orologio trovato per terra. Non so come Pëtr
Mironovič lo venne a sapere. Ma il giorno seguente nella tenda dei feriti venne
a trovarmi il commissario del distaccamento, Sergej Petrovskij, e dichiarò che
il comandante aveva ordinato di ritirarmi l’orologio di preda bellica. Quello
stesso giorno Masherov schierò il distaccamento, analizzò l’operazione svolta e
lesse un ordine in base al quale i partigiani che si erano maggiormente
distinti in combattimento venivano premiati con oggetti presi tra i trofei.
Dopo di che Pëtr Mironovič entrò nella mia tenda e dichiarò solennemente che, per
il coraggio dimostrato, mi veniva conferito un orologio. E con un sorriso un
po’ furbo mi consegnò proprio l’orologio che, su suo ordine, il commissario mi
aveva tolto. Come si vede, era una forma di principio che non ammetteva alcuna
indulgenza o eccezione.
I comandanti partigiani che avevano moglie di solito
alloggiavano in locali separati. Anche Pëtr Mironovič era sposato, ma per
motivi di principio non poteva permettersi una tenda familiare o una capanna sotterranea
separata. Si sistemava sempre là dove alloggiavano il commissario e il capo di
stato maggiore del distaccamento, e mangiava insieme a loro e si riposava. Sua
moglie era l’affascinante Polina Galanova, dentista dell’ambulatorio di
Rossony, entrata nel distaccamento poco dopo Pëtr Mironovič. Ella sopportava
senza lamentarsi tutte le difficoltà della vita partigiana, partecipava
direttamente alla maggior parte delle operazioni di combattimento condotte dal
distaccamento, medicava i feriti, esponendosi non di rado a pericoli mortali.
Polina Andreevna fu l’ininterrotta responsabile del servizio medico del
distaccamento e non lo lasciò nemmeno quando Pëtr Mironovič divenne commissario
di brigata e poi segretario del comitato regionale clandestino del Komsomol di
Vilejka. I combattenti la rispettavano sinceramente, dimostrandole attenzioni e
premure. A Pëtr Mironovič sembrava che ciò fosse fatto per riguardo a lui e
pretendeva con insistenza che tutti trattassero sua moglie come trattavano le
altre partigiane.
Pëtr Mironovič non aveva una formazione militare, era una
persona esclusivamente civile, ma questo non gli impedì di diventare un eccellente
comandante partigiano. Applicava con grande successo la tattica della guerra
partigiana e soprattutto forme quali l’imboscata, la posa di mine sulle strade
e sulle ferrovie, gli attacchi notturni ai presìdi nemici, il sabotaggio delle
imprese che producevano per i tedeschi. Nella sua attività attribuiva grande
importanza ai rapporti con la popolazione, che spesso nutriva, vestiva e dava
riparo ai partigiani. Allo stesso tempo Masherov chiedeva perdono ai contadini
per il fatto che i partigiani erano costretti a ricorrere al loro aiuto.
In qualità di comandante, Pëtr Mironovič si rivelò anche un
eccellente organizzatore economico. Sotto la sua guida, nell’autunno del 1942,
nel villaggio di Rovnoe Pole venne rimessa in funzione una centrale elettrica
alimentata a legna, che forniva luce al quartier generale del distaccamento e
della brigata, alla mensa del distaccamento, ai locali del servizio medico,
alle baracche partigiane e alla maggior parte delle case contadine. Per sua
iniziativa, nei villaggi situati nelle vicinanze della base del distaccamento
fu organizzata la produzione di valenki (stivali di feltro), pellami per
calzature, tute mimetiche e sci. Tutto ciò permise al distaccamento,
nell’inverno del 1943, di mettersi completamente sugli sci, di aumentare
notevolmente la manovrabilità e addirittura di compiere un raid sciistico nella
regione di Kalinin della Federazione Russa, cosa che provocò un vero e proprio
scompiglio nei presìdi tedeschi.
Pëtr Mironovič Masherov rappresentava un esempio anche sotto
il profilo morale e quotidiano. Evitava l’alcol, si comportava da cavaliere con
le donne, osservava rigidamente un preciso regime giornaliero. La sua
personalità si distingueva anche sul piano intellettuale. Conosceva la
letteratura nazionale e straniera, amava la musica, era un conversatore
interessante, sapeva esprimere il proprio pensiero in modo bello e convincente,
cioè possedeva ciò che si definisce eloquenza.
La personalità di Pëtr Mironovič era talmente fuori dal
comune che la sua importanza viene riconosciuta persino dai suoi avversari
ideologici. È vero che, così facendo, essi lasciano intendere qualcosa,
affermando che Masherov sarebbe stato generato dal sistema sovietico e ne fu un
figlio fedele. Non è poi un’espressione così negativa. Tuttavia, è lecito chiedere
a questi signori: «Forse che il fedele servizio a un’idea non nobilita una
persona? E un sistema è davvero così cattivo se genera uomini d’azione come
Masherov?»
Pëtr Mironovič non considerava il sistema sovietico come
idealmente perfetto, ne vedeva i difetti e faceva tutto il possibile affinché
tali difetti fossero ridotti.
Il servizio totale e disinteressato al proprio popolo, il
talento organizzativo, le qualità operative e morali di Pëtr Mironovič, che si manifestarono
in modo brillante non solo durante la guerra ma anche negli anni di pace, lo
collocano tra le figure eminenti del popolo bielorusso.
KLIMUK PËTR IL’IČ
Pëtr Il’ič Klimuk è un pilota-cosmonauta dell’URSS, il primo
cosmonauta bielorusso, due volte Eroe dell’Unione Sovietica, colonnello
generale dell’aviazione, dottore in scienze tecniche.
P. I. Klimuk nacque il 10 giugno 1942 nel villaggio di
Komarovka, nel distretto di Brest, regione di Brest.
Si diplomò presso la Scuola di aviazione di Černigov,
l’Accademia dell’Aeronautica intitolata a Ju. A. Gagarin e l’Accademia militare-politica
intitolata a V. I. Lenin.
Dal 1965 fece parte del corpo dei cosmonauti. Compì tre voli
spaziali come comandante dell’equipaggio. Il primo volo spaziale ebbe luogo dal
18 al 26 dicembre 1973 a bordo della nave spaziale Sojuz-13; il secondo volo
dal 24 maggio al 26 luglio 1975 a bordo della nave Sojuz-18-2 verso la stazione
orbitale Saljut-4; il terzo volo, dal 27 giugno al 5 luglio 1978, lo effettuò
come comandante di un equipaggio internazionale sulla nave spaziale Sojuz-30.
Dal 1976 fu vicecomandante del corpo dei cosmonauti del CPC (Centro
di preparazione dei cosmonauti) per la parte politica; dal 1978 vicecapo del
CPC e capo del dipartimento politico del Centro. Nel 1991 fu trasferito
all’incarico di capo del dipartimento militare-politico e vicecapo del CPC. Da
settembre 1991 a settembre 2003 fu direttore del Centro di preparazione dei
cosmonauti intitolato a Ju. A. Gagarin.
Deputato del Soviet Supremo dell’URSS della X legislatura,
deputato del popolo dell’URSS (1989-1991). Fu insignito di tre Ordini di Lenin,
dell’Ordine «Al merito per la Patria» di III e IV grado, dell’Ordine «Per il
servizio alla Patria nelle Forze Armate dell’URSS» di III grado, dell’Ordine
«Per il servizio alla Patria» di II grado (Repubblica di Bielorussia), nonché
di ordini della Repubblica Popolare Polacca, della Francia e del Kazakistan, e
di numerose medaglie. È laureato del Premiodi Stato dell’URSS, del Premio del
Komsomol Leninista e del Premio di Stato della Federazione Russa.
Vive a Mosca.

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